di Giuseppe Longo

Un nuovo anno si presenta sempre con delle novità, come quelle riguardanti anche agende e diari. Poco prima di Natale è uscita, infatti,“Agenda Friulana” che Luigi Chiandetti, editore e tipografo a Reana del Rojale, ideò all’indomani del terremoto del 1976. E su questo classico vademecum per il 2022 è riportato, fra i tanti approfondimenti inerenti tradizioni locali, cultura, arte, economia, personaggi, gastronomia e paesaggio del nostro Friuli, anche un ampio omaggio a Tita Gori che vuole rappresentare un “doveroso risarcimento” per quanto è andato irrimediabilmente distrutto della sua opera.

Tita Gori


«Il Friuli nel biennio appena trascorso – scrivo nelle premesse illustrando l’iniziativa a ricordo del pittore – ha ricordato due importanti anniversari legati alla vita di Tita Gori, grande artista di Nimis del Novecento: nel 2020 il 150° della nascita e nel 2021 l’80° della morte. “Tita Gori 150” era stato intitolato, infatti, il progetto messo a punto dalla civica amministrazione del paese natale per rendere omaggio al pittore che lasciò molte opere nelle Chiese di “casa”, ma anche in altre località friulane e slovene. L’opera principale oggi è custodita nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio, sul colle oltre il Cornappo a est del capoluogo, mentre il ciclo pittorico più ampio si trovava nella Comparrocchiale di Santo Stefano, in Centa, purtroppo demolita in seguito al terremoto del 1976. La precedente iniziativa con cui la civica amministrazione aveva onorato l’illustre figlio di Nimis era stata promossa in occasione del cinquantesimo anniversario della morte con la stampa per i tipi delle Arti Grafiche Friulane di un bel libro, “Tita Gori e i Giardini del Paradiso”, del giornalista e critico d’arte Licio Damiani (Premio Epifania 2020), con la mia premessa, quale amministratore comunale di allora – fotografie di Marco Codutti e Bruno Fabretti, progetto grafico Silvia Toneatto -, e con la prefazione di Gian Carlo Menis che, all’epoca, era direttore del Centro regionale di catalogazione e restauro di Villa Manin di Passariano». Ecco, dunque, integralmente la scheda dedicata all’amata Chiesa di Centa.

«C’era una volta la Chiesa di Santo Stefano, in Centa. Di solito, sono le favole a cominciare così. Ma questa è invece una storia vera, molto triste purtroppo. Non solo per quello che il luogo sacro ha rappresentato per la comunità cristiana di Nimis, ma anche per il patrimonio artistico che è andato irrimediabilmente perduto. E nel quale emergeva con forza l’opera più imponente e meravigliosa realizzata da Tita Gori. “Esplosivo, caterpillar e ruspa fecero sparire in breve campanile e Chiesa, senza nulla risparmiare, nulla salvare; non rimase che lo spiazzo di quella che fu la ‘centa’ di Nimis, ove sorgeva una volta la Chiesa che per secoli era stata al centro della vita e della storia del paese”, scriveva severamente monsignor Pietro Bertolla – illustre studioso morto in India e che ha lasciato al suo paese una monumentale “Storia di Nimis” – in un prezioso volumetto che volle dedicare dopo il sisma, era il 1978, proprio alla Chiesa di Santo Stefano, per «tramandarne la memoria alle più lontane generazioni». La comparrocchiale, per motivi di stabilità e sicurezza che fecero discutere, era infatti chiusa al culto dal 7 ottobre 1968. “Il giorno antecedente, prima domenica di ottobre – annotava ancora il sacerdote-storico -, vennero cantati i Vesperi solenni della festa della Beata Vergine del Rosario. Questo canto fu sentito come un addio alla Chiesa che per secoli era stata centro e focolare della vita cristiana del paese” (un rito commovente che ricordo come fosse oggi). E così purtroppo fu. Damiani, a tal proposito, parla di una perdita che si “sarebbe potuta evitare” e Menis, riferendosi proprio agli affreschi di Tita Gori andati perduti, rincara affermando che sono stati “purtroppo insipientemente distrutti”.
Tita Gori cominciò nel 1911 la grandiosa opera in Santo Stefano, completandola dopo alcuni anni di intenso lavoro. “Vi raffigurò – scrive Licio Damiani – l’apoteosi di alcuni dei principali dogmi della religione cattolica, commentati da un tripudio festoso e policromo di angeli, di lontana influenza tiepolesca. Il ciclo era stato suddiviso in due campi: quello delle navate, convergente nella finta cupola, e quello dell’abside e delle cappelle laterali”. Il vasto ciclo pittorico fu completato agli inizi del 1914, alla vigilia della Grande Guerra. “Offriva – aggiunge il critico udinese – una varietà di spunti, di motivi, di colori, una ricchezza caleidoscopica di immagini orchestrate con virtuosismo, in un aprirsi e vorticare di finestrelle policrome, di ‘palcoscenici’ multipli, sottesi da un saettare di membrature, commentati da tripudi di trombe celestiali. La sensazione era di una gioiosa estasi figurativa”».

Su “Agenda Friulana” seguono poi altre quattro schede dedicate all’antica Chiesa matrice intitolata ai Santi Gervasio e Protasio, patroni di Nimis: come si diceva, la Pieve è l’edificio sacro che oggi conserva l’opera più consistente di Tita Gori, l’artista vissuto proprio all’ombra del vetusto edificio (le sue radici affondano nel VI secolo, in epoca longobarda), nel quale restaurò gli affreschi antichi danneggiati e integrò con alcuni cicli pittorici le aree rimaste prive di raffigurazioni di personaggi ed episodi religiosi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Ma gli altri articoli riguardano anche il debutto del pittore, a 19 anni, nel Santuario di Madonna delle Pianelle, con la pala della “Sacra Famiglia”. E le tante opere conservate nelle Chiese di Monteprato, dove operò poco più che ventenne, e Cergneu, ma anche in tutto il Friuli: a Udine, Tarcento, Qualso Nuovo, Ravosa, Savorgnano del Torre, Ciconicco di Fagagna, oltre che a Billerio, Monteaperta, Arta Terme, Coseano, Villalta, Farla di Maiano, Sclaunicco e Lumignacco. E pure all’estero, come a Plezzo (oggi Bovec, ma che all’epoca, 1932, faceva parte della Provincia di Gorizia), dove c’è un bell’affresco nell’asilo parrocchiale che racconta il tenero invito di Gesù “Lasciate che i bimbi vengano a me”.

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In copertina, gli affreschi di Tita Gori sopra il maestoso altare del Meyring (oggi in Duomo) nella Chiesa di Santo Stefano in Centa e all’interno un primo piano degli stessi che rappresentano soltanto una piccola parte del grandioso ciclo pittorico distrutto (fotografie storiche di Bruno Fabretti).

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